Il Myanmar, terra di pagode dorate e sorrisi gentili, è stato colpito venerdì scorso da un terremoto di magnitudo 7.7, il più devastante degli ultimi 100 anni. Le cifre ufficiali parlano di oltre 1.700 morti e 3.400 feriti, ma il bilancio è destinato a salire. A Mandalay, la seconda città del Paese, gli edifici sono crollati come castelli di carte, seppellendo vite e speranze.
In mezzo a questa desolazione, emergono storie che lacerano l’anima. Come quella di Aye Aye, una giovane madre di 28 anni, incinta al nono mese, rimasta intrappolata per ore sotto le macerie della sua casa a Sagaing. I soccorritori l’hanno estratta viva, ma il marito e il figlio di tre anni non ce l’hanno fatta. Ora, con il cuore spezzato, Aye Aye stringe al petto la sua neonata, nata prematura a causa dello shock, in un ospedale sovraffollato e privo di elettricità.
A Mandalay, un gruppo di infermiere del Jingcheng Hospital ha rischiato la vita per proteggere i neonati ricoverati nel reparto maternità. Quando le pareti hanno iniziato a tremare e i soffitti a crollare, queste donne coraggiose hanno formato una catena umana, avvolgendo i piccoli nei loro grembiuli e portandoli fuori dall’edificio in fiamme. Grazie al loro eroismo, tutti i neonati sono stati salvati, ma l’ospedale è ora un cumulo di macerie.
Nel quartiere di Chanayethazan, sempre a Mandalay, una scuola elementare è crollata su sé stessa durante le lezioni mattutine. Dozzine di bambini sono rimasti intrappolati. I genitori, disperati, continuano a scavare a mani nude tra i detriti, sperando in un miracolo. Ogni tanto, un grido di gioia squarcia il silenzio quando un piccolo corpo viene estratto vivo, ma troppo spesso il silenzio è rotto solo dai singhiozzi di chi ha perso tutto.
La situazione è resa ancor più drammatica dalle difficoltà logistiche. Le strade sono impraticabili, i ponti crollati, gli aeroporti di Mandalay e Naypyidaw chiusi. I soccorritori, sia locali che internazionali, lottano contro il tempo e le avversità per raggiungere le zone più colpite. Volontari scavano a mani nude cercando di salvare chi è ancora intrappolato sotto le macerie. La mancanza di attrezzature adeguate e le continue scosse di assestamento complicano ulteriormente le operazioni.
In questo scenario apocalittico, la comunità internazionale ha iniziato a mobilitarsi. Cina, Russia, India e Stati Uniti hanno inviato squadre di soccorso e aiuti umanitari. Ma la strada verso la ricostruzione è lunga e difficile. Il Myanmar, già piegato da conflitti interni e instabilità politica, ha bisogno dell’aiuto di tutti noi.
Ogni contributo, per quanto piccolo, può fare la differenza. Può significare una coperta per chi ha perso tutto, un pasto caldo per un bambino rimasto orfano, medicine per chi è ferito. In questo momento d’immane sofferenza, abbiamo il dovere di impegnarci per il popolo birmano. Mostriamo che l’umanità sa unirsi di fronte alle tragedie, che la compassione non conosce confini. Ogni gesto conta, ogni aiuto è prezioso. Non restiamo indifferenti di fronte a questa immane tragedia. Il popolo del Myanmar ha bisogno di noi. Ora. Fino al 13 Aprile si può donare al seguente link
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