Non si vede, non fa rumore, non lascia lividi sulla pelle. Ma uccide. Il razzismo ambientale è il più subdolo, il più ipocrita, il più tollerato di tutti. Lo chiamano giustizia ambientale, ma non c’è nulla di giusto nel fatto che i quartieri più inquinati, le discariche più tossiche, le falde acquifere più contaminate si trovino sempre nelle stesse aree. E che in quelle aree ci vivano sempre le stesse persone: i più poveri, gli emarginati, le minoranze etniche.

Lo vediamo negli Stati Uniti, dove una famiglia nera come gli Holt è stata avvelenata lentamente dallacqua contaminata da rifiuti industriali, mentre lagenzia per la protezione ambientale rassicurava loro e i loro vicini che tutto andava bene. Salvo poi avvisare le famiglie bianche di non bere quellacqua. Lo vediamo in Italia, dove gli studi dicono che se sei povero, se sei donna, se sei straniero, hai più probabilità di respirare aria tossica, di vivere vicino a una discarica, di ammalarti.

Lo vediamo ovunque. Eppure nessuno ne parla. Perché il razzismo ambientale non ha bisogno di insulti, di aggressioni, di leggi discriminatorie. Ha bisogno solo dellindifferenza.

LIPOCRISIA DEL MONDO CHE PARLA DI AMBIENTE E INTANTO DISTRUGGE CHI NON PUÒ DIFENDERSI

Tutti si riempiono la bocca con parole come transizione ecologica, giustizia climatica, sviluppo sostenibile. Parlano di economia verde, di energie rinnovabili, di lotta al cambiamento climatico. Ma intanto, mentre scrivono leggi, organizzano conferenze, firmano trattati, milioni di persone continuano a vivere nei rifiuti, a respirare veleno, a bere morte.

Negli Stati Uniti, lo chiamano environmental racism. È un fenomeno studiato, documentato, dimostrato con i numeri. Se sei nero o ispanico, hai molte più probabilità di vivere vicino a una discarica tossica. Se sei bianco, la tua casa sarà sempre lontana dalle industrie più inquinanti. Lo stesso accade in America Latina, in Africa, in Asia. E in Europa?

In Europa si fa finta di niente. Perché in Europa il razzismo è sempre più elegante, più sofisticato, più nascosto. Qui non ti negano il diritto di vivere, ti negano il diritto di respirare aria pulita. Ti negano il diritto di bere acqua potabile. Ti negano il diritto di abitare in un quartiere sano. E poi ti dicono che è il mercato, che è la globalizzazione, che è la competizione.

KATRINA E GLI ALTRI: QUANDO LA NATURA FA SELEZIONE RAZZIALE

Quando luragano Katrina devastò New Orleans nel 2005, qualcuno parlò di tragedia naturale. Ma la natura non ha deciso che le vittime dovevano essere in maggioranza nere. Non ha deciso che i quartieri più colpiti dovevano essere quelli più poveri, quelli con case fragili, quelli senza infrastrutture adeguate. Questa è stata una scelta delluomo.

E non è stata lunica. Oggi il cambiamento climatico sta creando una nuova categoria di discriminati, di scartati, di vittime silenziose: le trapped populations. Gente talmente povera, talmente vulnerabile, talmente dimenticata da non avere neanche la possibilità di scappare quando arriva un disastro. Restano lì, intrappolati in città che affondano, in isole che scompaiono, in terre che diventano deserti. Non sono abbastanza ricchi per ricostruire, non sono abbastanza importanti per essere salvati.

E così muoiono. Senza che nessuno li pianga.

E IN ITALIA? IL RAZZISMO AMBIENTALE È UNA REALTÀ, MA NON SI PUÒ DIRE

In Italia il razzismo ambientale è ancora un tabù. Perché nessuno ha voglia di ammettere che esistono cittadini di serie A e cittadini di serie B anche quando si parla di salute, di aria, di acqua, di territorio.

Eppure, chi sono le persone che vivono più vicine alle discariche abusive? Chi sono le persone che abitano nei quartieri con il peggior inquinamento atmosferico? Chi sono le persone che lavorano nelle fabbriche più tossiche, nei campi agricoli saturi di pesticidi? Sempre gli stessi. Sempre gli ultimi.

Uno studio recente ha provato a misurare questa ingiustizia con i numeri. Ha creato un indicatore, lEnvironmental Justice Adjusted Mazziotta-Pareto Indicator, per capire chi soffre di più. E il risultato è chiaro: le disuguaglianze ambientali in Italia esistono eccome.

Ma nessuno ne parla. Perché è più facile credere che il razzismo sia solo quello delle offese, delle aggressioni, degli slogan dei partiti estremisti. Non quello dei fumi tossici che uccidono lentamente.

LA GRANDE BUGIA DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE

Va di moda vendere la favola dello sviluppo sostenibile, della transizione verde, del futuro ecologico. Ma il vero ambientalismo non può essere quello dei ricchi per i ricchi. Non può essere un lusso per chi può permettersi case in quartieri verdi, cibo biologico, pannelli solari sul tetto.

Se il mondo vuole davvero combattere il cambiamento climatico, deve partire da chi sta già pagando il prezzo più alto. Dai quartieri avvelenati, dalle fabbriche tossiche, dalle discariche illegali. Deve partire dai poveri, dagli emarginati, da chi non ha scelta.

E invece cosa fa? Si congratula con se’ stesso per le emissioni ridotte in Europa mentre esporta industrie inquinanti nei paesi poveri. Premia le aziende che producono auto elettriche senza guardare alle miniere di litio dove lavorano bambini. Parla di energie rinnovabili mentre devasta territori interi per costruire impianti fotovoltaici e parchi eolici senza criterio.

Lo chiamano progresso. È solo un altro modo di perpetuare la stessa vecchia ingiustizia.

NON È UNA BATTAGLIA PER LAMBIENTE, È UNA BATTAGLIA PER LA GIUSTIZIA

La Giornata Internazionale per lEliminazione della Discriminazione Razziale non può essere solo unoccasione per ricordare Sharpeville e il Sudafrica dellapartheid. Deve essere loccasione per aprire gli occhi su un razzismo che continua, che si evolve, che s’infiltra in ogni aspetto della società.

Perché se oggi il mondo continua a dividere i suoi abitanti in chi ha diritto a unaria pulita e chi no, in chi può bere acqua potabile e chi no, in chi può proteggersi dai disastri climatici e chi no, allora non è cambiato niente.

E non basta dire che il razzismo è un problema. Bisogna smettere di tollerarlo. Anche quando si manifesta sotto forma di fumo tossico, di falde acquifere contaminate, di sabbia che inghiotte intere comunità dimenticate.

Bisogna dirlo chiaro: non esiste giustizia climatica senza giustizia sociale. Non esiste futuro sostenibile se quel futuro non appartiene a tutti.

 

 

di Isabella Zotti Minici